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Il linguaggio delle mani (parte 5): come il cinema italiano racconta con le mani

Svitlana Glumm
Foto: © KI-Visualisierung
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Quattro parti di questa serie sono state dedicate al linguaggio dei gesti italiano nella vita reale: alla sua storia, ai segni più noti, alle insidie per i visitatori e alle peculiarità di Napoli. Per concludere, vale la pena rivolgere lo sguardo a un palcoscenico in cui questo linguaggio viene utilizzato con particolare consapevolezza: lo schermo. Poche cinematografie al mondo fanno uso del corpo e delle mani in modo così mirato, come strumento narrativo autonomo, quanto quella italiana, ed è proprio questo legame che si è voluto mostrare in chiusura.

Fellini: il gesto come opera

Nessun regista ha messo in scena la gestualità italiana in modo tanto teatrale quanto Federico Fellini. In film come La Dolce Vita o Otto e mezzo, i suoi personaggi si muovono quasi come danzatori: ogni movimento delle mani è amplificato, quasi operistico, una rottura deliberata con qualsiasi forma di riserbo. Lo stesso Fellini crebbe sulla costa adriatica, in una cultura in cui l'espressione non poteva mai essere silenziosa, e trasferì questa sonorità direttamente nel linguaggio del corpo dei suoi interpreti. La sua macchina da presa si sofferma spesso su ampi movimenti delle braccia, su mani lanciate in aria, su dita che dirigono un'intera scena come se il gesto stesso fosse il vero protagonista e il dialogo soltanto un accompagnamento musicale.

Il Neorealismo: gesti di povertà e dignità

In modo del tutto diverso lavorarono i registi del Neorealismo italiano negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale, su tutti Vittorio De Sica con Ladri di biciclette e Roberto Rossellini con Roma città aperta. Come documenta la Cineteca di Bologna nel suo programma dedicato alla storia del cinema del dopoguerra, i gesti non servono qui all'esagerazione, ma alla verità: spesso filmati con attori non professionisti, i cui movimenti delle mani, privi di qualsiasi addestramento, risultano per questo ancora più autentici. Un palmo aperto in un gesto di impotenza, un'alzata di spalle rassegnata, un breve stropicciarsi degli occhi stanchi: questi piccoli gesti discreti raccontano la povertà e la miseria del dopoguerra spesso con più forza di qualsiasi battuta pronunciata. Il Neorealismo mostrava così l'altro volto della stessa lingua: non la versione rumorosa e conviviale della piazza del mercato, ma quella silenziosa ed esausta ai margini della società.

Totò e la Commedia all'italiana: il gesto come battuta

Nella commedia cinematografica italiana degli anni Cinquanta e Settanta, il gesto divenne esso stesso la battuta finale. Pochi la padroneggiarono con tale maestria quanto Totò, il comico napoletano il cui corpo intero, in particolare le mani e il viso, si trasformò in uno strumento dell'umorismo. Una Mano a Borsaesagerata, il classico gesto napoletano del «Cosa vuoi?», un'enfatica scrollata di testa, una rapidissima sequenza di movimenti delle mani contraddittori: con Totò, il linguaggio gestuale quotidiano veniva spinto fino ai limiti della caricatura e, proprio per questo, diventava comico. Anche Sophia Loren, Marcello Mastroianni e molte altre stelle di quell'epoca usavano i gesti come timing comico preciso, spesso una frazione di secondo prima o dopo la battuta vera e propria del dialogo, per amplificarne ulteriormente l'effetto.

Gomorra: il linguaggio della strada senza esagerazione

Un approccio radicalmente diverso scelse Matteo Garrone con il film Gomorra del 2008 e la serie che ne seguì. Qui la gestualità ritorna alla Napoli di questa serie, ma cruda, essenziale e minacciosa, lontanissima da qualsiasi esagerazione comica. Un breve cenno del capo che decide tra la vita e la morte, un gesto distratto della mano che comunica un ordine di violenza, una postura corporea quasi immobile che segnala puro controllo: in questo mondo i gesti sono spesso minimi, ma ognuno porta un peso enorme. Garrone rinunciò deliberatamente alla versione ampia e sonora della gestualità napoletana per mostrare invece come la stessa lingua possa anche sussurrare, fredda e controllata, in modo del tutto diverso dal tono caloroso della piazza del mercato che molti associano a Napoli.

Una lingua che sopravvive allo schermo

Questi quattro esempi così diversi tra loro, dall'esagerazione di Fellini alla silenziosa dignità del Neorealismo, dalle battute di Totò alla minacciosa sobrietà di Garrone, mostrano quanto sia flessibile il linguaggio dei gesti italiano . Le stesse radici che nella prima parte di questa serie sono state rintracciate fino all'antichità greca, continuano ancora oggi a sostenere registri del tutto differenti: dall'opera al sussurro, dalla commedia alla minaccia. Quando qualche anno fa mi trovai per la prima volta a Napoli e tentai di leggere i gesti di due sconosciuti al bar, non immaginavo ancora quanti strati si celassero dietro questo silenzioso linguaggio. Da ottobre vivrò immerso in questa lingua, a Pozzuoli, a un passo da Napoli, e non vedo l'ora di ritrovare nel quotidiano tutto ciò che questa serie ha raccolto in cinque parti: al bar, al mercato, nelle conversazioni con i nuovi vicini di casa.

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